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Por Publicado el: 19/02/2011Categorías: En la prensa

Un ejemplo de crítica para la crítica española

He aquí un ejemplo de cómo ha de ser una crítica. Paolo Isotta escribe en Il Corriere della sera con una claridad que se deja ver poco por estos lares. Se refiere a «Cavalleria» y «Pagliacci» en la Scala y aquí está:
Troppo rusticani questi Pagliacci
Tutti gli errori di Harding alla Scala

Le cronache hanno già rilevato il parziale fallimento, con proteste da parte del pubblico, della prima esecuzione di Cavalleria rusticana e Pagliacci alla Scala. Trattavasi in realtà della seconda, la prima non avendo avuto luogo a causa dello sciopero. E sempre in realtà, il dittico degli atti unici di Mascagni e Leoncavallo è stato invertito: prima Pagliacci del maestro napoletano, poi Cavalleria del cigno livornese, il che rappresenta un errore di grammatica minante alla base l’autorità stessa del concertatore – a dir così – e direttore Daniel Harding. Il quale riesce poi simpatico al pubblico, con quella sua aria di monello spudorato; e tale simpatia impedisce di condannarlo fino in fondo.

C’è poi tanto da condannare, nella sua azione? Purtroppo sì. In primo luogo non ci si presenta nel più importante teatro italiano con due pezzi sacri del repertorio italiano sconoscendo la lingua italiana. Io non oserei mai salire sul podio del Covent Garden dovendo concertare il Peter Grimes, fossi direttore d’orchestra. Altra e del pari grave sconoscenza è quella della lingua musicale e dello stile specifici dei due capolavori, sì che Harding pare aver sempre un punto di riferimento alieno al quale si adatta malamente la partitura effettuale.

La Cavalleria pareva un volontario dileggio, in una chiave spaghetti western. L’abuso della cassa era intollerabile. Quello dei piatti non meno. La combinazione dei due da non dirsi. Negli archi, un suono pesante e strascicato (schleppend) «alla corda» come in certe marce funebri che si trovano nelle sinfonie di Mahler. Tempi lenti e incerti a sostegno delle lamentose stentoreità mahleriane del cattivo tenore Salvatore Licitra, che ha raccolto una messe di fischi non inferiore a quella del suo collega José Cura, Canio in Pagliacci.

Nell’opera di Ruggero Leoncavallo la commedia era affatto infondata: nulla delle leggerezze, delle ariosità, delle elasticità da Settecento alla Reger, genialmente inventate dal Napoletano. E poi, la distruzione di un elemento di base, il «teatro nel teatro». Dispiace che un regista colto come Mario Martone sia correo di ciò. Il Prologo, superbamente cantato da Ambrogio Maestri, non è un personaggio dell’opera, vi si sdoppia interpretandone uno qualunque. Ritorna Prologo nelle vere e proprie ultime battute dell’Opera, quando, «cinicamente» e «a piacere» declama un si naturale sulle parole «la commedia è finita». L’effetto di straniamento è assoluto: noi torniamo d’un subito fuori. Orbene, sulle locandine e sul programma di sala può leggersi: «Edizione critica a cura di Giacomo Zani». Sul libretto, sempre pubblicato sul programma di sala, queste parole vengono correttamente attribuite al baritono (il Prologo, appunto). Ma Harding consente l’effettaccio, non verista, paraverista, di far pronunciare le parole al tenore, in un conato di singhiozzo di grottesco effetto. Male; e male José Cura che, in aggiunta, per tutta l’opera «spinge» deplorevolmente.

La regia di Mario Martone è molto studiata. Discutibile può apparire l’aver trasferito epoca e luogo dei Pagliacci nel campo nomadi di uno slum contemporaneo (come per Cavalleria, scene di Sergio Tramonti, costumi di Ursula Patzak). Conta più l’aver il Martone creato un’atmosfera d’incubo consona alla stimmung di Leoncavallo. In Cavalleria, egli lavora antifrasticamente: in luogo della luce mediterranea, un buio da ronda notturna fiamminga, con effetti magici quando il palcoscenico resta quasi o del tutto vuoto.

Si fa onore, nel ruolo di Silvio, Mario Cassi; niente affatto Oksana Dyka nella pur difficillima parte di Nedda. Luciana D’Intino è Santuzza, Giuseppina Piunti Lola, non adeguato compar Alfio Claudio Sgura, mamma Lucia la cara Elena Zilio.

Le maggiori lodi vanno al coro, diretto da Bruno Casoni.

Paolo Isotta
20 gennaio 2011

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