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Por Publicado el: 29/04/2010Categorías: Crítica

El palo del Corriere della sera a «Simon Boccanegra» en la Scala

Corriere della Sera Lunedi 19 Aprile 2010
II «Simon Boccanegra» di Verdi alla Scala
DOMINGO, IL TENORE
CANTA DA BARITONO
di PAOLO ISOTTA
Il Simon Boccanegra é decisamente una delle maggiori Opere di Verdi: svetta sulle altre per 1’essere un soggetto politico manifestantesi pe tale, force ancor piú del Don Carlo. Il Simone si immerge con totale sicurezza nella realtá del suono. Vi si butta, poi riemerge, vi si butta ancora per ancora riemergere. Cib vale per il Boccanegra, della II edizione, quella redatta alI’inizio degli anni Ottanta dell’Ottocento, grazie al rifacimentor e le aggiunte posti per mano di Arrigo Boito. Dalle lettere tra i due artisti é possibile cogliere un avvicinamento diffidente da una parte cauteloso e timido dall’altra: credo che il passare del tempo, la dedizione di Boito a Verdi totale non abbia mai portato a una amicizia tra loro. Verdi non aveva «amici» e Bollo ne aveva troppi spesso insinceri ma nessuno di costoro riusci a rompere un sodalizio impari e vissuto dalI’uno masochisticamente perché cosi ne godeva.
Boito era riuscito a sentirsi dire da Verdi che l’Opera gli pareva «un cavolo zoppo»: eccolo cosi proporsi, e perla prima volta, do po anni di disprezzo profondo ti cevuto dal poeta nei borbottii d Verdi. Verdi non dimenticava nulla, e c’erano stati quei versi rivolti alla musica italiana bruttata come il muro d’un lupanar. Ogni volta lettere a Ricordi con la promessa di non scriver pió, mai pió, con falsi accenni alla vetusta del suo stile e all’inutilitá di impiegarlo.
Era un gioco delle parti che ricominciava troppo spesso: l’Otello e il perfetto Falstaff ne sono il risultato. E il Boccanegra del parí: mal si vorrebbe tentar di rimettere in repertorio un Boccanegra numero uno. II festival é altra cosa.
Nel cartellone della Scala é stato quest’anno facile inserire un Boccanegra pensato alla grande, anche in vista del tremendissimo 2013, ove si dovranno, Dio sa come, festeggiare insieme le date di nascita e di Verdi e di Wagner. Forse bisognerá mettere la cosa in mano a uno come Lorenzo Arruga, che con la sua da poco sortita presso Feltrinelli Storia dell’opera italiana dimostra di pensare per grandi squarci cronologici. Peró i1 Boccanegra della Scala contiene un’incognita sfida. Esistevano un tempo baritoni con un’estensione tenorile o quasi. invece Placido Domingo tiene a realizzare un suo sogno antico, il tenore che canta da baritono.
Sara dovuta a questo Pira del puhblico della Scala, commista invero a plausi rivolti attinenti al due, esplosa nei confronti del maestro Barenboim e dello stesso Domingo? La prima delle due ire é del tuno priva di motivazioni giácché il direttore argentino, mobile nel mondo come tutti quelli della sua stirpe, questa vol-ta non si é affidato alla facilitó spettacolare onde studia, lavora e corregge, quest’ultima cosa il meno che pub, ma ha (atto un lavoro minuto di rifinitura, non cercando di alternar bulo e luce, che non c’é, invece salvando la «tinta» scura che é caratteristica solo di quest’opera e di nessun altra in Verdi. I:atto si é che poi il maestro Barenboim é uscito anche da solo a prendersi gli impro peri indirizzatigli sin dal suo tornare sul podio dopo l’intervallo.
0 che tanto malumore volesse cogliere l’ambigua dizione di «maestro scaligero» che egli ha accettata dando un flebile contributo alla programmazione e alle audizioni; e quindi in tal modo sia stato colpito come «correo» di Placido Domingo? Egli, Do-mingo dico, é un grande artistache s’é voluto concedere un puro piacere personale? E per giunta a pochi giorni dall’operazione chinugica non lieve che ha subita? B risultato era quello che doveva essere, fatalmente: Domingo ha cantato tutte le note del ruolo senza fallirne una, ma queste note, per volontá di Natura, sortivano male impostate e mal registrate. Voglio dire, se esiste un’ idea platonica di «tenorilitá», ne esiste anche una di «baritonicitá», onde la prima non pub mutarsi nella seconda senza che la «tinta» stessa dell’Opera ne risulti squilibrata. Naturalmente a questo si accompagnava la meraviglia scenica che da Domingo ci si deve aspettare: alla fine del terno atto muore egli come nessun altro.1 fischi rivolti a lui avrebbero dovuto dunque considerarsi come impliciti in re per un’operazione fallita di blando fallimento. Non la rifaccia pió, dunque, il carissimo interprete: pensi semmal ad un Lindoro del Barbiere, progetto caro al maestro Karajan e certo giá realizzato se I’illustre concertatore non fosse stato ghermito dalla Parca troppo presto.
Le scene di Pier Paolo Biseri e i costumi di Giovanna Buzzi sono belli; la regia di Federico Tiezzi, sviluppandosi su quei quadri orizzontali, é definita bene tranne una solita concessione al concettualismo. In cambio egli ci offre una figura strisciante come un rettile che porge al Doge il bicchiere avvelenato: citazione dal cinema tedesco anni Trenta. Un bravissimo baritono dal bel timbro é Massimo Cavalletti, quando il ruolo di Paolo veniva sempre affidato a un comprimariaccio con «la zeppola in bocea». nimia Harteros e Fabio Sartori riempiono lecitamente di luce, come le loro voci fresche, la tetra carcere ch’é l’Opera su Simone.

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